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Dodici nuove lune per Giove.

Lune di gioveUn altro primato per il gigante gassoso del nostro Sistema solare: con la scoperta di altre 12 lune che gli orbitano attorno, il totale dei satelliti naturali di Giove sale a ben 79. Un numero davvero enorme secondo gli esperti della Carnegie Institution for Science di Washington (Usa), che nella primavera del 2017 hanno individuato i nuovi satelliti gioviani. Ma non è tutto: delle dodici lune appena trovate ce n’è una decisamentestrana, solitaria, molto piccola e con un’orbita che interseca quella delle compagne.

Serendipità

La scoperta è stata fatta un po’ per caso. La squadra di Scott S. Sheppard, infatti, stava cercando corpi celesti distanti, oltre l’orbita di Plutone, con particolare interesse a scorgere il Pianeta Nove, quell’ipotetico enorme pianeta che spiegherebbe le particolari orbite di diversi piccoli oggetti distanti nel Sistema solare.

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Per la prima volta osservata una giovane stella che divora pianeti in formazione

Stella divora pianetiGrazie al telescopio orbitale della NASA Chandra, un team di astronomi del MIT ha osservato per la prima volta il ‘pasto spaziale’ di una giovane stella, che sta divorando i suoi pianeti in formazione. RW Aur A si trova in un sistema binario a 450 anni luce dalla Terra.

A 450 anni luce dalla Terra c'è una giovane stella che sta letteralmente divorando i detriti di uno o più pianeti in formazione che le orbitavano attorno. È la prima volta che viene ‘osservato' un simile spettacolo astronomico. Lo hanno scoperto gli astronomi dell'Istituto Kavli per l'Astrofisica e la Ricerca Spaziale del celebre Massachusetts Institute of Technology, conosciuto soprattutto con l'acronimo di MIT.

La protagonista di questo ‘pasto spaziale' è RW Aur A, una stella con la stessa massa del Sole che fa parte di un sistema binario, dove convive assieme alla ‘sorella' RW Aur B. Ha solo pochi milioni di anni, e come tutte le giovani stelle è circondata da un disco di detriti, polveri e gas dai quali originano i nuovi pianeti. La stella viene studiata con costanza dagli scienziati sin dal 1937 a causa dei curiosi cambi di luminosità, che avvengono con intervalli irregolari.

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Trovata la massa mancante dell’universo

MATERIA RITRL'universo è finalmente "completo": è stata trovata la massa mancante, ossia la materia visibile prevista dai calcoli teorici, ma di cui gli scienziati non trovavano traccia in dieci miliardi di anni di storia: si nasconde nei filamenti di gas che attraversano il cosmo come una ragnatela. La scoperta, pubblicata su Nature, è dell'italiano Fabrizio Nicastro, dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), e si basa sui dati del telescopio Xmm-Newton dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa).

Nicastro: "Risolto uno dei più grandi misteri dell’astrofisica"

"Le nostre osservazioni, giunte dopo 18 anni di incessanti tentativi da parte di diversi gruppi di ricerca nel mondo, hanno finalmente individuato la materia ordinaria mancante dell'Universo", ha detto Nicastro, che ha coordinato la ricerca con altre istituzioni europee, statunitensi e italiane. Tra queste l’università di Trieste e la sezione triestina dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), l’università di Roma Tre e l’Osservatorio di Bologna. "La materia che abbiamo trovato - ha aggiunto - è esattamente nella posizione e nella quantità predette dalla teoria, quindi possiamo dire di aver risolto uno dei più grandi misteri dell'astrofisica moderna: quella dei barioni mancanti".

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L’eredità della missione Planck dell’Esa

Radiazione cosmica di fondoSpettacolari conferme e un nuovo enigma. I risultati definitivi della missione Esa ratificano, con una precisione senza precedenti, la validità del modello standard della cosmologia. Con un’importante eccezione: l’esatto valore della costante di Hubble. È attorno a quel numero che osservazioni e modelli dovranno ora cimentarsi, ed è lì che potrebbe annidarsi la necessità di una nuova fisica

L’immagine mostra la mappa delle anisotropie della radiazione cosmica di fondo a microonde (Cmb) osservate dalla missione Planck dell’Esa. La Cmb rappresenta il più antico segnale elettromagnetico che possiamo captare nel nostro universo, prodotto quando l’universo stesso aveva appena 380mila anni. Questa immagine è stata realizzata con i dati della Planck Legacy release, ovvero quelli finali della missione, pubblicati a luglio del 2018. Crediti: Esa/Planck Collaboration

Era il 21 marzo 2013. Scienziati e giornalisti scientifici da tutto il mondo si erano riuniti nella sede parigina dell’Agenzia spaziale europea (Esa) – o si erano collegati online – per assistere al momento in cui la missione Planck dell’Esa avrebbe svelato la sua “immagine” del cosmo. Un’immagine ottenuta non con la luce visibile ma con le microonde. A differenza della luce visibile ai nostri occhi, la cui lunghezza d’onda è inferiore al millesimo di millimetro, la radiazione che Planck stava rilevando misurava onde più lunghe, da pochi decimi di millimetro a pochi millimetri. Ed era una radiazione emessa quando l’universo ebbe inizio.

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